La Fiera della Vanità AI: Perché il "Tokenmaxxing" Sta Mandando a Gambe all'Aria il Tuo Budget
ThinkPink Studio
13 maggio 2026

L'unica metrica che conta: quella che ti fa chiudere baracca.
Parliamoci chiaro. C'è una nuova malattia che serpeggia nei team di sviluppo e nelle stanze dei bottoni. Si chiama "tokenmaxxing". Sembra il nome di un energy drink per gamer, invece è solo l'ultimo modo che ci siamo inventati per raccontarci una balla colossale sulla produttività nell'era dell'Intelligenza Artificiale. È il teatro dell'innovazione, una recita costosa in cui tutti fingono di correre velocissimo, ma stanno solo facendo girare a vuoto il motore, bruciando la benzina che paga qualcun altro.
La scena è questa: un manager, con l'ansia da prestazione perché deve dimostrare di "usare l'AI", mette in piedi una dashboard. E cosa misura questa dashboard? Non i problemi risolti, non il valore creato. Misura i token. I token! Le unità di misura che OpenAI o Google usano per mandarti la fattura. È come misurare la bravura di un muratore da quanti mattoni rompe, non da quanti muri tira su. E se ti sembra un'idiozia, sappi che sta succedendo. Proprio ora. Forse anche a casa tua.
Il grande inganno del "Token Legend"
Il "tokenmaxxing" è la versione 2.0 delle vanity metrics. Roba da far impallidire il conteggio dei like. Nato nei salotti buoni della Silicon Valley verso aprile 2026, il concetto è semplice: più token consumi, più sei bravo. Più il tuo team fa girare i modelli AI, più siete innovativi. In alcune aziende, pare abbiano creato delle vere e proprie classifiche, con tanto di medaglia al "Token Legend" del mese. Una follia.
Un token, per chi non mastica il gergo, è un pezzetto di testo. Circa 70-80 parole in italiano fanno 100 token. I provider ti fanno pagare sia per quelli che gli dai in pasto (input) sia, e di più, per quelli che ti sputa fuori (output). Trasformare questa unità di costo in un indicatore di performance è, senza mezzi termini, una perversione manageriale. Qui in ThinkPink, la vediamo come una trappola autoinflitta. Si premia il rumore, non la musica. L'attività, non il risultato. È il fumo, senza l'arrosto.
Il salasso silenzioso: i costi che nessuno mette in fattura
Questa ossessione per l'adozione dell'AI a tutti i costi, misurata in token, ha delle conseguenze. E non sono belle. È un'emorragia lenta, che prosciuga risorse e, peggio, il morale delle persone.
Prima di tutto, i soldi. I costi per far girare l'AI stanno esplodendo: si prevede un aumento dell'89% tra il 2023 e il 2025. Non è un caso se praticamente ogni dirigente intervistato da IBM ha dovuto fermare o cancellare progetti di AI generativa per i costi fuori controllo. La dura verità è che il 72% dei CIO ammette di andare in pari o, più onestamente, di perderci soldi. E il 95% delle aziende non ha la più pallida idea di quale sia il ritorno sull'investimento. Si naviga a vista, con le casse che si svuotano.
Poi c'è l'efficienza, o meglio, la sua illusione. L'80% dei progetti AI va a gambe all'aria. L'OTTANTA PER CENTO. Il doppio dei normali progetti IT. Una ricerca del MIT del 2025 ha scoperto che il 95% dei progetti pilota di AI generativa fallisce non perché la tecnologia è scarsa, ma perché il castello di carte del business case crolla appena si scoprono i costi veri. Il risultato? Lo chiamano "workslop": valanghe di contenuti di bassa qualità generati dall'AI che poi richiedono a un povero cristo quasi due ore di lavoro per ogni singola correzione. Questo non è accelerare. È mettere un freno a mano tirato e schiacciare sull'acceleratore.
Infine, ci sono le persone. Quelle in trincea. Il 52% ha una paura fottuta che l'AI gli rubi il lavoro. E come dargli torto, se l'82% di loro non ha ricevuto uno straccio di formazione su come usarla? Questa non è trasformazione digitale, è ansia digitale. Per non parlare delle questioni etiche: bias negli algoritmi che discriminano nelle assunzioni, privacy violata, decisioni prese da una scatola nera incomprensibile. Un disastro su tutta la linea.
Il paradosso dello sviluppatore dopato: credo di essere veloce, ma sono solo più gonfio
Il dato che fa più male è questo. Nonostante il 92.6% degli sviluppatori usi assistenti AI, i guadagni di produttività sono un misero 10%. A volte, sono negativi. Uno studio di luglio 2025 ha messo in luce una verità scomodissima: gli sviluppatori senior che usano tool AI ci mettono il 19% di tempo in più a finire un task. La beffa? Erano convinti di essere il 20% più veloci. Questo scollamento tra percezione e realtà è il vero buco nero. Si produce più codice, certo (il 26.9% del codice in produzione è scritto da AI), ma spesso è codice peggiore, più verboso. E infatti, i tempi di revisione esplodono (+91%) e i bug aumentano (+9%).
L'altro giorno in agenzia ci siamo trovati a discutere proprio di questo. Il problema non è l'AI. L'AI è uno scalpello. Il problema è che lo stiamo usando come un martello su un computer. Invece di eliminare i colli di bottiglia, li stiamo solo spostando. Prima il collo di bottiglia era scrivere il codice; ora è revisionare la montagna di codice mediocre che l'AI ha vomitato.
La via di Rosignano e Kampala: usare la testa, non solo i token
Qui in ThinkPink abbiamo due anime. Quella di Rosignano Solvay, pragmatica, abituata a far quadrare i conti. E quella di Kampala, dove con poche risorse devi tirare fuori soluzioni geniali per sopravvivere. Nessuna delle due si può permettere di bruciare soldi in vanity metrics. In Italia, nel 2025, l'adozione AI nelle PMI è cresciuta del 50%, ma c'è un abisso con le grandi aziende. Questo significa che la partita si gioca sulla strategia, non sulla potenza di fuoco.
I nostri ragazzi a Kampala, per necessità, hanno imparato a ottimizzare ogni singola richiesta, a pensare a come ottenere il massimo risultato col minimo sforzo computazionale. Senza nemmeno sapere cosa fosse il tokenmaxxing, lo stavano già evitando. Per le PMI italiane, la nostra spina dorsale economica, l'AI può essere un'arma pazzesca, se usata con la testa. Può aumentare la produttività del 40%, i ricavi del 91% e tagliare i costi del 30%. Ma solo se si smette di vederla come un obbligo o un badge da sfoggiare.
Noi non vendiamo fumo. Smascheriamo questi miti e ci concentriamo dove serve: chatbot che funzionino davvero (il 47% delle PMI li usa), marketing automatico che non sia solo spam (l'80% dei retailer lo adotterà), gestione del magazzino con previsioni che ci azzeccano al 95%. Questa è la vera innovazione. Il resto è noia.
Smetti di giocare. Inizia a lavorare.
L'AI non è un trend. È una corrente. O impari a nuotare, o ti porta via. Rimodellerà il 50-55% dei lavori nei prossimi anni. Non li sostituirà tutti, ma li cambierà per sempre. Il lavoro dell'essere umano non sarà più eseguire, ma guidare, criticare, migliorare quello che fa la macchina. Servono pensiero analitico, resilienza e, banalmente, saper usare questi cosi.
La soluzione non è un nuovo software, ma una nuova cultura. Servono regole chiare, trasparenza, etica e formazione. Bisogna controllare cosa fanno gli algoritmi, perché non facciano disastri. Solo così l'AI smette di essere un costo nascosto e diventa un alleato. Un alleato potente, ma stupido. Che ha bisogno di noi per non fare cazzate.
Devi integrare queste tecnologie senza mandare a fuoco il budget? Parliamone.
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